Deserto… In ambito fantastico/fantascientifico il primo pensiero non può che andare a Dune, il capolavoro di Frank Herbert da cui David Lynch trasse un film affascinante che aveva tra i protagonisti Sting e un giovanissimo Kyle MacLachlan che sarebbe diventato famoso anni dopo grazie allo stesso Lynch e al suo Twin Peaks.

Ma i libri e i film che hanno il “deserto” come protagonista non si esauriscono col capolavoro appena citato, anzi!

Molti altri autori lo hanno utilizzato come sfondo nelle loro narrazioni: vi ricordate la saga di Mad Max e il recente Mad Max Fury Road?

Lì il deserto, interpretato nell’accezione classica del temine, è lo sfondo “giallo” su cui si muove l’umanità sopravvissuta e degradata.

Una diversa tipologia di deserto, ma abitato dallo stesso genere di umanità, è quello presente in Waterworld, un film postapocalittico degli anni ‘90 che vedeva il protagonista, interpretato da Kevin Kostner, spostarsi su una Terra ormai sommersa dalle acque a bordo di un trimarano, cercando di sopravvivere in un mondo piombato in un nuovo medioevo : è vero, la Terra di Waterworld era sommersa dalle acque e non dalla sabbia, ma non si può certo dire che la vita fosse più facile rispetto a quella di Paul Atreides su Arrakis!
Deserto di sabbia e deserto d’acqua, dunque, rendono la vita degli abitanti altrettanto dura ma sono un ambiente eccellente in cui per romanzi e film, proprio perché le difficoltà di viverci tirano fuori tutte le caratteristiche positive e negative dei protagonisti.
Recentemente ne abbiamo avuto un paio di interessanti esempi in “The Martian” e in “Interstellar”.
“The Martian è stato prima un grosso successo editoriale”, poi trasposto in un film con Matt Damon nei panni dell’intraprendente Mark Watney, l’astronauta “abbandonato” su Marte e costretto a trovare il modo per sopravvivere e tornare a casa. Sebbene Watney si muova in un ambiente tutt’altro che adatto alla vita umana, aggrappandosi alle proprie competenze di ingegnere meccanico/botanico riesce a sopravvivere ben più di un anno, grazie all’ingegno e alla capacità di sfruttare tutte le sue conoscenze scientifiche, senza mai cedere alla depressione o alla paura di trovarsi da solo su un mondo alieno. In questo Watney è quasi un superuomo, esattamente il contrario del dottor Mann, sempre interpretato da Damon, che incontriamo per qualche minuto in Interstellar. Qui, giunto su un pianeta ricoperto di ghiaccio, Mann è praticamente l’opposto di Watney: cede alla disperazione della solitudine e dell’incapacità di fare alcunché su un pianeta dalle condizioni proibitive per la vita umana.
Sono solo due esempi di come l’ambiente desertico, e particolarmente ostile, influenzi il modo in cui l’uomo vi si rapporta.

Per concludere questa breve panoramica, vogliamo citare un romanzo degli anni ‘60 dal titolo piuttosto esplicativo: “Deserto d’acqua”, di J. G. Ballard. Anche qui siamo in pieno scenario post-apocalittico, in cui le calotte polari si sono sciolte causando l’innalzamento del livello dei mari che sommergono le città creando ovunque lagune tropicali. Il mondo che ne scaturisce è spaventoso e regredito, ma all’autore non interessa tanto spiegare come e perché si sia giunti a questo punto, quanto piuttosto mostrare le diverse reazione dei superstiti di fronte a questa nuova realtà: mantenere la sanità mentale aggrappandosi a ciò che rimane della propria umanità? Abbandonarsi agli istinti, oppure, come fa il protagonista, distaccarsi a poco a poco dalla realtà storico-temporale e dimenticare ciò che si è stati per andare incontro alla fine?
Ballard non è un autore semplice da leggere e anche “Deserto d’acqua” non è semplice letteratura d’evasione, ma ben dimostra come il deserto sia un ottimo sfondo su cui studiare il comportamento dell’uomo messo di fronte alla difficoltà.

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